Per descrivere la psicoterapia si potrebbero seguire diverse strade, ma proverò a dare una risposta non troppo tecnica. Possiamo iniziare col dire che è, e deve essere, un’esperienza. Per comprendere davvero a fondo che cosa la psicoterapia sia occorre farne appunto esperienza, così come dobbiamo assaporare un certo piatto per coglierne il sapore.
Ma allora ha ancora senso provare a parlarne e cercare di descriverla, se conta così tanto l’esperienza diretta in prima persona? Possiamo scegliere con cura le parole, ma chi potrebbe mai dire che il sapore di un certo piatto sia contenuto ed “esaurito” dalle parole che possiamo scegliere per descriverlo? È il compito quasi impossibile del sommelier che durante una degustazione ci presenta un vino tentando di tradurre in parole le sue caratteristiche, prima che prenda vita in noi l’esperienza diretta dell’incontro con quel vino nel nostro palato. Ma è in quell’incontro, quando sorseggiamo quel vino che riusciamo a comprendere per davvero che cosa intendesse il sommelier poco prima. E allora come fare per descrivere la psicoterapia se le parole non bastano?
Le parole non basteranno mai, come non bastano mai in psicoterapia le sole parole del terapeuta in quanto serve qualcosa in più, come ad esempio la partecipazione affettiva del terapeuta, ma forse possiamo farci aiutare dalle immagini. Beh, è quello che ho fatto poco fa. Ho cercato di evocare immagini tramite le parole. Ho parlato di incontro con un piatto o con un vino. Ecco, la psicoterapia è un incontro. È un tipo molto speciale di incontro fra due persone. Come per tutti gli incontri, non è mai dato sapere in anticipo come andranno le cose. Che viso avrà quella persona che mi riceverà in studio? Come sarà la sua voce e che sensazioni mi trasmetterà? Sarà una voce profonda o acuta? Cosa mi trasmetteranno i suoi vestiti e l’ambiente in cui mi troverò? È necessario aprirsi a quell’incontro per poterlo scoprire, anzi è l’aprirsi a quell’incontro che getterà le basi di ciò che prenderà forma con quell’altra persona. Non a caso Jung ebbe a scrivere: "L'incontro di due personalità è come il contatto tra due sostanze chimiche; se c'è una qualche reazione, entrambi ne vengono trasformati.”
La psicoterapia è anche appunto questo: trasformazione, cambiamento. Ma come avviene questo passaggio in psicoterapia? Avviene ad esempio per mezzo di parole, pensieri, immagini, paesaggi, atmosfere, corpo, emozioni, musicalità, ritmo, risonanza. La psicoterapia è “fatta” di parole, ma non solo. Anche l’atmosfera che si percepisce nella stanza della terapia ne è parte integrante, come lo sfondo di un dipinto è parte integrante del dipinto, e non un’eccedenza non necessaria, o qualcosa di superfluo. Quando parliamo ad un’altra persona, è il modo in cui veniamo ascoltati a fare la differenza fra il percepire di essere stati compresi o meno. Anche questo contribuisce in maniera significativa all'atmosfera in seduta. È quello che l’altro ci dice, e anche il modo in cui ce lo dice, che ci restituisce o meno la chiara percezione che ci abbia davvero compresi. Parole, dunque. Ma anche immagini, come detto, e paesaggi (possiamo citare a titolo di esempio il meraviglioso testo del Prof. Vittorio Lingiardi, Mindscapes), paesaggi che si dispiegano davanti ai nostri occhi raccontandoci qualcosa di noi, paesaggi a volte quasi del tutto noti e a volte completamente sconosciuti, e sulle prime anche un pò inospitali, ma con il tempo si potranno rivelare persino provvidenziali per il nostro equilibrio armonico. E la musicalità e il ritmo di cui parlavamo allora? La psicoterapia come la musica è inscindibilmente legata all’ascolto, al ritmo e alle pause, pause intese come parte del tutto e non come buchi e vuoti da colmare. Quella del terapeuta è una forma molto specifica di ascolto, un ascolto delle nostre parole, di quello che viene detto, ma anche e soprattutto di quello non viene detto, delle nostre emozioni, come delle comunicazioni del nostro corpo. È un ascolto che ritorna a noi sotto forma di parole che curano. È infatti definita come una “talking cure”, come ebbe a dire una paziente di Josef Breuer e poi si S. Freud.
Ecco, dunque, forse ora ci siamo. Sebbene sia un lavoro di parola, non è solo questo e certamente non è accostabile ad una chiacchierata. È un vero e proprio lavoro emotivo e cognitivo, che determina anche, in via temporanea, un certo dolore, ma che apre ad un rapporto più armonico con sè stessi e con gli altri e in ultima analisi conduce alla possibilità di fare uso della propria vita. Beninteso, non sempre la psicoterapia ha successo, non c’è garanzia che le cose vadano sempre per il meglio. In questo a ben vedere è esattamente come la vita. In ogni passaggio o capitolo della nostra vita non abbiamo certezze assolute. Ed è, tuttavia, in questo scarto, in questa imperfezione che d’altro canto risiede la natura profonda della psicoterapia. Siamo esseri umani, siamo imperfetti. Potremmo dire meravigliosamente imperfetti. L’ambiente migliore in cui si possa crescere non è quello perfetto, ma un ambiente umano, caldo, capace di accogliere anche le sbavature. Winnicott parlava di “madre sufficientemente buona”. Questo, in termini di prospettiva ampia sulle cose, non significa elogiare o incentivare il pressappochismo e rinunciare alla cura in ciò che facciamo. Si tratta di altro, di poterci sentire “interi” anche quando siamo rotti, di poter sentire che anche quando sbagliamo andiamo bene, di poter essere amorevoli con noi anche quando per esempio alla fine di una giornata lavorativa sappiamo di aver fatto meno bene di quanto avremmo voluto. Anche tutto questo può essere parte di ciò a cui si addiviene nel corso di una psicoterapia. Per ulteriori approfondimenti rimando ai contributi che troverete qui sul sito a breve.