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Che cos'è la psicoterapia?

Claudio Michieli • 29 ottobre 2024

Per descrivere la psicoterapia si potrebbero seguire diverse strade, ma proverò a dare una risposta non troppo tecnica. Possiamo iniziare col dire che è, e deve essere, un’esperienza. Per comprendere davvero a fondo che cosa la psicoterapia sia occorre farne appunto esperienza, così come dobbiamo assaporare un certo piatto per coglierne il sapore.

Ma allora ha ancora senso provare a parlarne e cercare di descriverla, se conta così tanto l’esperienza diretta in prima persona? Possiamo scegliere con cura le parole, ma chi potrebbe mai dire che il sapore di un certo piatto sia contenuto ed “esaurito” dalle parole che possiamo scegliere per descriverlo? È il compito quasi impossibile del sommelier che durante una degustazione ci presenta un vino tentando di tradurre in parole le sue caratteristiche, prima che prenda vita in noi l’esperienza diretta dell’incontro con quel vino nel nostro palato. Ma è in quell’incontro, quando sorseggiamo quel vino che riusciamo a comprendere per davvero che cosa intendesse il sommelier poco prima. E allora come fare per descrivere la psicoterapia se le parole non bastano?

Le parole non basteranno mai, come non bastano mai in psicoterapia le sole parole del terapeuta in quanto serve qualcosa in più, come ad esempio la partecipazione affettiva del terapeuta, ma forse possiamo farci aiutare dalle immagini. Beh, è quello che ho fatto poco fa. Ho cercato di evocare immagini tramite le parole. Ho parlato di incontro con un piatto o con un vino. Ecco, la psicoterapia è un incontro. È un tipo molto speciale di incontro fra due persone. Come per tutti gli incontri, non è mai dato sapere in anticipo come andranno le cose. Che viso avrà quella persona che mi riceverà in studio? Come sarà la sua voce e che sensazioni mi trasmetterà? Sarà una voce profonda o acuta? Cosa mi trasmetteranno i suoi vestiti e l’ambiente in cui mi troverò? È necessario aprirsi a quell’incontro per poterlo scoprire, anzi è l’aprirsi a quell’incontro che getterà le basi di ciò che prenderà forma con quell’altra persona. Non a caso Jung ebbe a scrivere: "L'incontro di due personalità è come il contatto tra due sostanze chimiche; se c'è una qualche reazione, entrambi ne vengono trasformati.”

La psicoterapia è anche appunto questo: trasformazione, cambiamento. Ma come avviene questo passaggio in psicoterapia? Avviene ad esempio per mezzo di parole, pensieri, immagini, paesaggi, atmosfere, corpo, emozioni, musicalità, ritmo, risonanza. La psicoterapia è “fatta” di parole, ma non solo. Anche l’atmosfera che si percepisce nella stanza della terapia ne è parte integrante, come lo sfondo di un dipinto è parte integrante del dipinto, e non un’eccedenza non necessaria, o qualcosa di superfluo. Quando parliamo ad un’altra persona, è il modo in cui veniamo ascoltati a fare la differenza fra il percepire di essere stati compresi o meno. Anche questo contribuisce in maniera significativa all'atmosfera in seduta. È quello che l’altro ci dice, e anche il modo in cui ce lo dice, che ci restituisce o meno la chiara percezione che ci abbia davvero compresi. Parole, dunque. Ma anche immagini, come detto, e paesaggi (possiamo citare a titolo di esempio il meraviglioso testo del Prof. Vittorio Lingiardi, Mindscapes), paesaggi che si dispiegano davanti ai nostri occhi raccontandoci qualcosa di noi, paesaggi a volte quasi del tutto noti e a volte completamente sconosciuti, e sulle prime anche un pò inospitali, ma con il tempo si potranno rivelare persino provvidenziali per il nostro equilibrio armonico. E la musicalità e il ritmo di cui parlavamo allora? La psicoterapia come la musica è inscindibilmente legata all’ascolto, al ritmo e alle pause, pause intese come parte del tutto e non come buchi e vuoti da colmare. Quella del terapeuta è una forma molto specifica di ascolto, un ascolto delle nostre parole, di quello che viene detto, ma anche e soprattutto di quello non viene detto, delle nostre emozioni, come delle comunicazioni del nostro corpo. È un ascolto che ritorna a noi sotto forma di parole che curano. È infatti definita come una “talking cure”, come ebbe a dire una paziente di Josef Breuer e poi si S. Freud.

Ecco, dunque, forse ora ci siamo. Sebbene sia un lavoro di parola, non è solo questo e certamente non è accostabile ad una chiacchierata. È un vero e proprio lavoro emotivo e cognitivo, che determina anche, in via temporanea, un certo dolore, ma che apre ad un rapporto più armonico con sè stessi e con gli altri e in ultima analisi conduce alla possibilità di fare uso della propria vita. Beninteso, non sempre la psicoterapia ha successo, non c’è garanzia che le cose vadano sempre per il meglio. In questo a ben vedere è esattamente come la vita. In ogni passaggio o capitolo della nostra vita non abbiamo certezze assolute. Ed è, tuttavia, in questo scarto, in questa imperfezione che d’altro canto risiede la natura profonda della psicoterapia. Siamo esseri umani, siamo imperfetti. Potremmo dire meravigliosamente imperfetti. L’ambiente migliore in cui si possa crescere non è quello perfetto, ma un ambiente umano, caldo, capace di accogliere anche le sbavature. Winnicott parlava di “madre sufficientemente buona”. Questo, in termini di prospettiva ampia sulle cose, non significa elogiare o incentivare il pressappochismo e rinunciare alla cura in ciò che facciamo. Si tratta di altro, di poterci sentire “interi” anche quando siamo rotti, di poter sentire che anche quando sbagliamo andiamo bene, di poter essere amorevoli con noi anche quando per esempio alla fine di una giornata lavorativa sappiamo di aver fatto meno bene di quanto avremmo voluto. Anche tutto questo può essere parte di ciò a cui si addiviene nel corso di una psicoterapia. Per ulteriori approfondimenti rimando ai contributi che troverete qui sul sito a breve.

Pensieri erranti sul film
Autore: Claudio Michieli 9 dicembre 2024
Film disturbante, coraggioso e stratificato “The Substance”, che introduce svariati temi che meriterebbero un lungo spazio di riflessione ad hoc. Mi limiterò a qualche osservazione sugli elementi che mi hanno colpito maggiormente senza nessuna pretesa di esaustività. Il film rientra nel genere del body horror, ma è anche un film sul tempo, sulla vita, sui limiti, sulla paura dell’invecchiamento e sull’angoscia di morte. Parallelamente è anche un film di denuncia delle profonde pressioni che la società esercita, specialmente sulle donne, con l’imposizione di modelli e standard artefatti, ma spacciati come altamente desiderabili. Di per sè nulla di nuovo in questo senso. Sono temi ampiamente dibattuti, come l’oggettificazione della donna, il corpo femminile ridotto unicamente a corpo che deve accendere il desiderio oppure generare figli, altrimenti è scarto. Eppure sono temi le cui conseguenze qui vengono sbattute in faccia allo spettatore con forza, con estrema durezza e con violenza. Le immagini sono crude, il corpo viene spesso mostrato nella sua nudità. Pare che la regista intenda appunto “mettere a nudo” l’assurdità e la mostruosità dei finti valori della società dell’immagine, e anche le ferite provocate dalla violenza a cui il corpo femminile viene sottoposto, corrispettivo concreto della violenza psichica che viene esercitata sulle donne con l’induzione all’inseguimento ossessivo della perfezione. Elisabeth Sparkle, una straordinaria Demi Moore, è una star di Hollywood ormai in declino alle prese con una perdita che richiederebbe l’elaborazione di un lutto, elaborazione che però non avviene. La perdita è quella della bellezza e di un’immagine per anni ammirata, potremmo dire venerata. È proprio la tenuta emotiva di Elisabeth a livello immagine di sè che, al compimento del suo 50º compleanno, viene messa in crisi dall’esclusione/espulsione spietata dal suo programma TV. Il Direttore del Network, un ottimo Dannis Quaid, è una figura ripugnante (chi è il vero mostro?) determinato a sostituirla con una nuova e giovane stella. Elisabeth viene cacciata dal suo programma come materiale di scarto per il disprezzo che la sua bellezza in declino provoca. Deve essere sostituta al più presto, come si farebbe con un pc o uno smartphone alla fine del suo ciclo di vita. Ecco appunto la fine, quella che angoscia la stessa Elisabeth, la fine di quel ritorno d’immagine che è così importante per ricavare (come capita a diverse giovani ragazze su Instagram) una qualche sensazione di esistere per qualcuno, che diventa spesso una dipendenza, come indicato nel titolo del film (sostanza, appunto). Appare significativo in questo senso che nella vita di Elizabeth manchi una relazione sentimentale, un affetto. È sola. La sua identità subisce potenti scosse telluriche che provengono dal confronto non elaborato fra passato e presente, fra ciò che è stata e ciò che è. La Elisabeth del presente osserva più volte con tristezza e disprezzo la sua immagine riflessa allo specchio in una comparazione dolorosa con la sua immagine del passato che finisce per mobilitare solo i suoi meccanismi di difesa e di conseguenza il ricorso alla misteriosa “sostanza”. Quest'ultima promette di generare dalla stessa Elisabeth un doppio migliorato, più giovane. È la promessa del ritorno allo stato precedente del Sé ammirato. L'ossessione per la bellezza e la dimensione pervasiva di controllo sul corpo che aleggia in tutto il film sembrano suggerire la presenza di un annullamento retroattivo. Tornando all’identità, pare degno di nota che l’identità di Elisabeth venga messa in crisi anche (e persino di più) proprio dal confronto con il suo doppio giovane, di nome Sue (una bravissima Margaret Qualley), migliorato, potenziato. Al dolore si aggiunge, infatti, poco alla volta l’invidia per il successo sfavillante di Sue. All’invidia segue la rabbia, che infine diventa distuttività. Curiosamente allo sguardo di disprezzo del Direttore del network nei confronti di Elizabeth corrisponde un identico disprezzo di Sue nei confronti del corpo-cosa di Elisabeth, osservato come una carcassa di scarto, abbandonata senza rispetto sulle mattonelle fredde in un'intercapedine ricavata all'interno del bagno e al buio. La promessa del rimedio magico tramite la sostanza sfuma, però, miseramente lasciando solo rovine, proprio per il fatto che il nucleo centrale del problema non è stato elaborato, ma solo evitato. “Ricorda, tu sei una”, ripete la voce del misterioso interlocutore con cui Elisabeth parla al telefono. Il problema è che Elisabeth sembra non essere una a livello psichico, non è integrata, potremmo dire. Il duplicato migliorato si presta molto bene ad esser letto come materializzazione della scissione fra le parti della protagonista. La regista sembra avvertici: "Badate bene, l’immagine è tutto. Null’altro conta.”. È un mondo bidimensionale, da rivista patinata. L’effimero prende il posto del durevole, la velocità e superficialità prendono il posto della lentezza dello spazio di pensiero e dell’approfondimento, della elaborazione. Alla lunga per questa via anche il mondo interno diventa bidimensionale. C’è spazio solo per l’istante, come per lo scatto fotografico, che è appunto un’istantanea (la stessa che troviamo nella casa della protagonista in cui giganteggia un poster che la ritrae giovane e in splendida forma). Non c’è storia, e non ci deve essere perché con la storia arriva anche il tempo, e il tempo è legato all’invecchiamento.  Impossibile in questo senso non menzionare il testo di Freud “Caducità”, in cui il padre della psicoanalisi riferisce di un poeta (molto probabilmente Rainer Maria Rilke) intento ad ammirare la bellezza della natura nel corso di una passeggiata, ma incapace di gioirne in quanto turbato dal pensiero della transitorietà di tutta quella bellezza destinata a perire. Freud individua il motivo di quel turbamento: “Doveva essere stata la ribellione psichica contro il lutto a svilire ai loro occhi il godimento del bello.”. La ribellione per Elisabeth condurrà tragicamente all’autodistruzione, come conseguenza appunto della mancanza di elaborazione del lutto e dell’appiattimento sul concreto. E se tutto viene appiattito resta solo l’adesione. Adesione appunto, proprio come fa un adesivo applicato ad una superficie, che è appunto l’immagine emblematica che ritroviamo nella drammatica sequenza finale del film, in cui un residuo dell'ultima orripilante mutazione di Elisabeth si avvicina faticosamente alla stella della Walk of Fame sovrapponendosi a questa nell'ultimo tragico e disperato tentativo di ritornare al luminoso passato. Ovviamente a monte di tutto ritroviamo nel film il mito dell’eterna giovinezza, il sogno della vittoria della vita sulla morte. Siamo sul terreno del Frankenstein di Mary Shelley. Il film è un invito alla riflessione su ciò a cui assistiamo oggi, ovvero uno scivolamento progressivo della società verso una prevalenza del percettivo, del sensoriale a scapito del lavoro emotivo profondo. L'elaborazione viene sempre più considerata una fatica da evitare, uno scomodo fastidio a cui contrapporre la facilità di soluzioni fresche e immediate. In tal senso "The Substance” è anche un film che mette in luce quella che in termini psicoanalitici si potrebbe definire come una carenza di dialogo fra conscio e inconscio nella società, che è la premessa per la caduta in un funzionamento mentale primitivo. È ciò che troviamo rappresentato in maniera molto efficace nel film “Il dottor Stranamore” di Kubrick, dove i potenti del mondo si comportano in realtà come bambini che maneggiano testate nucleari come se fossero giocattoli, oppure in generale in tutte quelle forme di ubriacatura tecnologica intrisa di (falsa) onnipotenza che hanno preso forma in passato nel XX secolo con il mito del progresso e della velocità, e che possiamo rintracciare anche negli entusiasmi del presente per le AI. È una società che non riesce ad alimentare efficaci anticorpi contro simili minacce e al contrario inocula nei singoli, plasmandoli dall’interno, modelli e schemi di pensiero tossici impregnati di spinta all’imitazione. Emblematicamente nella prima sequenza del film vediamo, infatti, l’ago di una siringa che inocula appunto una sostanza in un tuorlo d’uovo, che si duplica. Da un punto di vista psicologico, il film si presta a essere letto anche come una rappresentazione plastica del destino a cui vanno incontro le parti indesiderate di noi che non vengono accolte in quanto detestate e disprezzabili, e pertanto combattute e in ultima analisi eliminate.
Cosa cercare in un terapeuta
Autore: Claudio Michieli 29 ottobre 2024
Quando si decide di compiere il passo di rivolgersi ad uno psicologo o ad uno psicologo psicoterapeuta, le domande su come orientarsi possono essere moltissime, specialmente se non si sa a chi chiedere informazioni su come muoversi. È certamente un mondo nebuloso per i non addetti ai lavori. Ad esempio può non essere chiara la differenza tra psicologo e psicologo psicoterapeuta (clicca qui per saperne di più). Inoltre, anche ammesso di aver ricevuto da persone fidate un riferimento specifico, può non essere facile sapere di preciso che cosa aspettarsi. Naturalmente si può dire, e a buon diritto, che è legittimo aspettarsi intanto serietà e preparazione a livello curricolare. In questo senso è utile tenere a mente che, anche quando si sa di andare sul sicuro, è sempre possibile verificare l'iscrizione del professionista all'albo di appartenenza. Per quanto riguarda il Piemonte, potete cliccare qui per arrivare alla pagina da consultare per gli iscritti all’Ordine degli Psicologi del Piemonte. Se il nominativo ricercato non dovesse comparire, potreste cercarlo sul sito del CNOP, ovvero Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi a questa pagina . È possibile, infatti, che il terapeuta in questione, pur esercitando ad esempio in Piemonte, si sia iscritto a suo tempo all'albo di un'altra regione. L’albo nazionale del CNOP include i nominativi di tutti gli iscritti dei vari ordini regionali. Questa prima verifica è già estremamente importante perché in caso di esito positivo fornisce alcune importanti garanzie. L’effettiva iscrizione ad un ordine professionale indica che quel professionista ha conseguito l'abilitazione all'esercizio della professione. Quest’ultima si ottiene dopo aver superato un esame di Stato e all’esame di Stato si accede solo dopo avere completato un tirocinio e a sua volta il tirocinio è inestricabilmente legato ad una laurea. A seconda dell'anno di immatricolazione, presso l’Università degli studi di Torino, i tirocini seguono regole diverse. Se volete, potete trovare maggiori informazioni a questa pagina .
Differenza fra Psicologo clinico e Psicologo Psicoterapeuta
Autore: Claudio Michieli 29 ottobre 2024
Quando ci si appresta a cercare una figura di aiuto come uno Psicologo ci si imbatte in un interrogativo che può lasciare disorientati, ovvero la differenza che intercorre fra la figura dello Psicologo clinico e quella dello Psicologo Psicoterapeuta. Non solo, a volte può non essere così chiara la differenza fra queste due figure e quella dello Psichiatra e/o quella del Neurologo. Proviamo sinteticamente a capire come stanno le cose.
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